Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600) è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano, condannato al rogo dall’Inquisizione cattolica per eresia.
Il 17 febbraio 2000 è stato l’anniversario della morte di Giordano Bruno, che liberi pensatori ricordano con simpatia ed ammirazione.
Il personaggio nacque a Nola nel 1545 o all’inizio del 1548 e decede la mattina del 17 febbraio 1600 a ROMA.
Giordano Bruno nacque da un gentiluomo soldato di nome Giovanni e da Fraulisa Savolino nel comune di Nola in provincia di Napoli.
Il suo nome originariamente era Filippo, poi lo cambiò in Giordano quando entrò nell’ordine domenicano a soli 15 anni. Da li ne uscì solo dopo 3 anni, nel 1576, poiché non seppe mantenere il segreto sui primi dubbi riguardanti i dogmi della trinità e quelli della incarnazione, in verità molto contrastanti con le sue nuove concezioni derivate da numerosi studi fatti su letture delle più disparate discipline.
In qualità di filosofo fu affascinato dagli scritti di Eraclito, Parmenide, Lucrezio, Plotino, Lullo, Copernico e il Cusano, nonché dei filosofi pagani, cristiani, ortodossi ed eretici.
Questo fu il principale motivo che lo portò ad essere “radiato” dall’ordine domenicano.
Non è da meravigliarsi se fu per tutta la vita un incompreso e, come capita quasi sempre ai veri studiosi, preso di mira e richiamato più volte all’ordine.
Fu proprio a causa di molteplici interessi, che si ampliavano a macchia d’olio in ogni ramo della conoscenza, sia esoterica che exoterica, che fu tacciato di eresia, per cui andò incontro ad un processo, che si svolse a Napoli (in contumacia) dopo di che fuggì a Roma nel convento della Minerva.
Sempre in quell’anno, mentre attendeva il corso del processo, depose l’abito religioso e prese a peregrinare per due anni fra la Liguria, il Piemonte e la Lombardia.
Fu in quel periodo, che mentre insegnava astronomia a Noli, stampò a Venezia l’operetta “dei segni dei tempi”.
Nel 1579 si trovava già all’estero, da prima a Chambéry, poi a Ginevra dove aderì al calvinismo, nei confronti del quale provò ben presto l’intolleranza. Infatti fu anche li processato e costretto ad umiliarsi per aver rilevato gli errori di De la Faye, quindi se ne parti pieno di rancore contro quello che lui chiamò “la multiforme eresia”.
Questa religiosità fu definita dal filosofo “santa asinità” e fu da questa esperienza che egli trasse il rifiuto per ogni religione confessionale e l’aspirazione ad un rinnovamento morale e intellettuale che si fondasse su una religione ed un’etica razionale al di sopra dei legami religiosi.
Comunque non tutte le città si adirarono contro il suo sapere, infatti la città di Tolosa gli conferì il dottorato delle arti e la cattedra da prima ordinaria e poi straordinaria di filosofia.
Durante la sua permanenza in Francia visse un periodo molto florido a causa di una notevole vena che lo portò a scrivere molti libri .
Ma fu proprio attraverso questi scritti che suscitò contrasti con gli ambienti aristotelici.
A Parigi pubblicò anche le sue prime opere che trattavano l’argomento della mnemotecnica, cioè dell’arte o dell’esercizio razionale della memoria che si fonda su un tipo di ginnastica mentale che si propone di aiutare il procedimento del ricordo mediante una serie di associazioni tra le idee o più semplicemente mediante espedienti.
(Arte molto antica la cui ideazione fu attribuita al poeta greco Simonide di Ceo (556 a.c. – 468 ) (in seguito scrisse la commedia in lingua italiana il ” Candelaio”, la “De Umbris Idearum”, ” Cantus Circaeus”, e “Sigillus Sigillorum “.
Da Parigi proseguì verso l’Inghilterra al seguito dell’ambasciatore francese; quindi si diresse verso Oxford dove insegnò ed ebbe varie relazioni con la Corte della Regina Elisabetta. In Inghilterra pubblicò i suoi dialoghi italiani: ” Fra i principali: “De le Ceneri” , “de la Causa Principio e Uno”, “de l’Infinito”, “Universo e Mondi”, “Spaccio de la Bestia Trionfante”, tutti scritti nel 1584.
Ritornato nella città di Parigi, dovette ben presto lasciare, a causa di un “attacco pubblico” contro i peripatetici.
Andò quindi in Germania ed insegnò presso Wittenberg e Francoforte sul Meno, dove terminò di scrivere i suoi poemi latini riuscendo a stamparli.
Fra i più importanti si annovera: la trilogia dei poemi latini: “del minimo”, “de monade”,e l’ampia opera “de immaginum compositione”.
Dopo un breve soggiorno a Zurigo rientrò in Italia, chiamato a Venezia dal patrizio Moncenigo che desiderava istruirsi sulla mnemotecnica e nelle arti magiche.
Fu così che credendosi al sicuro sotto la protezione della Repubblica Veneta, subì una nuova beffa: fu denunciato dal Moncenigo ed arrestato il 23 maggio 1592 dall’Inquisizione di Venezia dove egli si sottomise.
(i peccati erano di “ripudio della transustanziazione ed eresia novaziana sulla trinità (verbale del 24 agosto 1599) e due peccati filosofici: “(dal verbale del 24 marzo 1597: “la pluralità dei mondi e la teoria dell’anima presente nel corpo come nocchiero nella nave”.
Il Bruno credette di trovare una differenza fra il tribunale veneto e quello romano, pensando che questo volesse non solo la ritrattazione sul terreno della fede, ma la sconfessione della sua stessa filosofia.
Interessante è qui sottolineare il suo comportamento attraverso una sentenza del 15 febbraio 1599 allorquando il filosofo, dopo anni di resistenza, vacillato e molto stanco si disse pronto ad abiurare le otto proposizioni e qualsiasi altre; forze in una scrittura del 5 aprile le avrebbe in parte revocate; ma nei memoriali ed interrogatori successivi stette fermo a nulla ritrarre.
Egli asserì che “non si vuol ravvedere poiché non ha né sa di che ravvedersi”.
Nel 1593 Giordano Bruno fu trasportato a Roma nelle carceri dell’inquisizione mentre i processi precedenti, come i suoi libri furono dati in esame alla omissione generale.
Il nuovo processo si tirò alle lunghe per circa quasi otto anni. Lungamente e più volte interrogato, rifiutò di ritrattare le sue dottrine: fu allora condannato come eretico ed arso vivo in Campo De Fiori a Roma la mattina del 27 febbraio del 1600.
La fermezza e l’intrepidezza dimostrata risultò molto evidente dalla famosa frase che egli disse prima di salire sul rogo: “tremate forse più voi nel pronunciar la sentenza ch’io nel riceverla”.
Tale frase dimostra come l’uomo non fu solo un martire, ma soprattutto una persona dal libero pensiero, e come tale fu celebrato nel corso dei secoli.
Pensiero Filosofico
Il filosofo portò fin da principio la sua indagine sul mondo naturale e rinunciò ad ogni speculazione teologica che si presentasse lontana o al di fuori di essa. Egli asserì che “La natura (la materia) è Dio stesso e che il pensiero filosofico è una virtù divina che si manifesta nelle cose stesse; ‘Diò è l’artefice interno ed è causa non solo intrinseca, ma anche estrinseca poiché operando nella materia non si moltiplica con il moltiplicarsi delle cose da lui generate. Egli non solo anima ed informa il mondo, ma lo dirige e lo governa“.
Ciò che esalta ed accende l’impeto lirico di Giordano Bruno e costituisce il tema preferito della sua speculazione è l’infinità. Ad essa sono dedicati “la cena delle ceneri”, il “de l’infinito”, “universo e mondi” e “de immenso”, che Bruno ritiene il culmine e la conclusione della sua trilogia latina. vedi: Universo
La difesa che Bruno fa nella “Cena” del sistema copernicano è tutta mossa dalla possibilità che questo sistema offre di intendere ed affermare l’infinità del mondo, gli argomenti in favore dell’Infinito nel “de l’infinito” sono nuovi: rimontano ad Ockham dove all’infinita potenza della causa debba corrispondere l’infinità dell’effetto, mentre per Aristotele, al contrario, l’infinità è considerata “incompiutezza”, cioè l’impossibilità di intendere la perfezione del Mondo altrimenti come finitezza, per il Bruno invece perfetto non è ciò che è completo e chiuso in proporzioni determinate, ma ciò che comprende innumerevoli mondi, e quindi ogni genere e specie, ogni misura, ogni ordine e ogni potere. La vera e più alta perfezione è l’Infinità dell’Intelletto, cioè dell’anima e della vita, che Bruno ritiene si estenda al di là di ogni limite definito in tutti gli innumerevoli mondi .
Qui è senza dubbio l’accento nuovo che trasforma l’infinita grandezza spaziale in infinita potenza, di vita e di intelligenza; e qui è il fondamento di quella religione dell’infinito in cui vengono a fondersi, per Bruno, l’amore della vita e l’interesse della natura.
Tutti i suoi molteplici interessi ebbero una nota fondamentale comune: l’amore per la vita nella sua potenza dionisiaca e nella sua espansione.
Quest’amore della vita gli rese insopportabile il chiostro che chiamò in un sonetto “prigione angusta e nera” Ambiente che gli fece nutrire un odio inestinguibile per tutti quelli che facevano della cultura una pura dissertazione o esercitazione libresca e distoglievano lo sguardo dalla natura e dalla vita.
Lo stesso amore della vita lo spinse a rappresentare nella sua commedia “Il Candelaio” da dove traspare con realismo spregiudicato l’ambiente napoletano nel quale aveva trascorso la giovinezza, fustigando i pedanti, i creduloni e gli imbroglioni, ma senza umorismo e distacco, bensì con un compiacimento esasperato dello spettacolo della trivialità e della miseria morale, che si spiega soltanto con l’attaccamento alla realtà viva, qualunque essa fosse.
A causa dell’amore per la vita scaturì, infine il suo interesse per la natura; che esaltò in impeto lirico e religioso e che trovò spesso espressione nella forma poetica. Bruno considerò la natura tutta viva ed animata; e, nell’intendere questa universale animazione, nel proiettare la vita nell’infinità dell’universo, pose il termine più alto del suo filosofare.
Di qui la sua predilezione per la magia che si fonda appunto sul presupposto del “Pampapsichismo” universale e vuol conquistare d’assalto la natura come si conquista un essere animato.
Il naturalismo del Bruno è in realtà una religione della natura, impeto lirico, esaltazione e furore eroico.
L’opera del Bruno segna forse una battuta di arresto nello sviluppo del naturalismo scientifico, ma esprime nella forma più appassionata e potente quell’amore della natura che fu indubbiamente uno degli aspetti fondamentali del Rinascimento. Infatti Bruno fa sua l’idea dominante del Rinascimento, espressa nella forma più rigorosa da Pico della Mirandola, di una sapienza originaria che, tramandata da Mosé è stata svolta, accresciuta e chiarita dai filosofi, dai maghi e dai teologi sia del mondo orientale che di quello occidentale classico-latino e cristiano.
Egli ammise la possibilità che quella sapienza originaria potrebbe in alcuni casi essere riveduta, poiché “Noi siamo più vecchi e abbiamo più lunga età che i nostri predecessori” E, attraverso il tempo, il giudizio si matura almeno che non si rinunzi a vivere negli anni propri e si viva da morti; ritiene che questo sviluppo storico della verità sia in realtà un rinascere ed un rigermogliare della verità antica.
La filosofia di Giordano Bruno deve essere collocata sullo sfondo di due grandi avvenimenti storici: la rivoluzione copernicana e la riforma protestante. Questo che fa da filo conduttore nelle diverse fasi del pensiero del domenicano è l’idea dell’infinità del mondo, della sua unità e animazione: quindi una cosmologia antitolemaica e antiaristotelica carica di rifiuto verso l’autoritarismo dottrinario della chiesa e della filosofia scolastica.
All’universo aristotelico finito e diviso (le sfere CELESTI di sostanza differente dal mondo sublunare, – i motori immobili -), Bruno vi oppose la concezione di “un UniVerso Infinito ed unitario”.
Tale concezione fu esposta nel “De la Causa” dove, dopo aver ricondotto i concetti di causa e di principio a quello di uno, egli non solo rifiutò la dottrina aristotelica delle quattro cause, riducendo la causa finale e quella formale, alla causa efficiente asserendo che: l’ “intelletto universale agisce su ogni cosa”, inoltre egli riporta anche la forma e la materia ad un essere e ad una radice” la forma e l’anima universale la cui principale facoltà è l’intelletto, il quale muove la materia dal di dentro, come “fabbro del mondo”, che dall’intelletto del seme fabbrica ogni corpo. esso è talmente intrinseco alla materia da far si che essa stessa, come potenza UNIVERSALE, diventi energia produttrice che manda fuori le forme dal proprio seno e se ne riveste.
Per Giordano Bruno, quindi forma e materia non sono due sostanze, ma piuttosto due aspetti dell’unica sostanza, la natura di cui il filosofo non cessa di celebrare il carattere divino, la dottrina eleatica dell’uomo tutta è paradossalmente unita a quella del flusso eracliteo e della ruota delle nascite di Pitagora, nel quadro di un panteismo dinamico, cui sono frammisti elementi di platonismo rinascimentale e di tradizione ermetica.
Nonostante il fondamentale monismo e panteismo, troviamo in bruno anche una dottrina sulla trascendenza: al di là della mente insita nelle cose, che fa tutt’uno con la natura e di cui si occupa la filosofia, si dà una mente sopra le cose, che nella sua essenza sfugge al pensiero filosofico. In questa dottrina si sono visti di volta in volta l’irrinunciabilità alla dimensione del trascendente propria di un pensiero pur sempre religioso, oppure “residui” di tradizione, omaggi verbali all’ideologia dominante.
Bruno esalta il “furioso”, cioè il ricercatore eroico della verità che non obbedisce ad altri impulsi, fuorché a quelli razionali, giungendo a contemplare la natura nei suoi caratteri di unità ed infinità identificandosi con essa.
In questa attitudine CONTEMPLATIVA si superano tutte le distinzioni sia dei numeri, che di tutti quegli strumenti del conoscere che in realtà inquinano “la fonte della vera conoscenza”, la quale non sarebbe altro che l’intuizione diretta del principio unico dal quale tutte le specie e i numeri si dipartono: la monade.
Tale principio divino, però, non si manifesta solo in questo stato di essere a cui pochi giungono, ma anche nelle virtù civili di cui Bruno tessé l’elogio, specialmente nello “spaccio della bestia trionfante”; in quest’opera primeggia l’esaltazione del lavoro come attività, che assoggettando la materia all’intelligenza, continua nel regno dell’uomo la mirabile arte plasmatrice della natura.
Egli considera la religione un sistema di credenze ripugnante ed assurda; ma ne riconosce la positività e l’utilità per governare “i rozzi popoli che l’hanno da esser governati”, ma le rifiuta qualsiasi valore. Essa è un insieme di superstizioni direttamente contrarie alla ragione e alla natura: vuol far credere che è vile e scellerato ciò che alla ragione pare eccellente, che la legge naturale è una “ribalderia”, che la natura e la divinità non hanno lo stesso fine, che la giustizia naturale e quella divina sono contrarie, che la filosofia e la magia sono pazzie, che ogni atto eroico è vigliaccheria e che l’ignoranza è la più bella scienza del mondo.
La religione che Bruno difende , è una religione puramente razionale o naturale che mira a portare l’uomo alla natura, a metterlo in contatto con i suoi poteri magici, quindi, a divinizzarlo con essa.
Egli asseriva che la religione era da valutare alla luce di un credo naturale e che per lui sarebbe stato un tutt’UNO con la filosofia; e dalla filosofia Bruno si aspettava il rimedio ai mali dell’umanità del suo tempo.
Si riporta che egli disse che Gesù era un “cristo” (uno dei…).
Un altro aspetto assai interessante che il filosofo prese in considerazione fu il problema della libertà: egli asserì che il termine più alto della speculazione filosofica non è l’estasi mistica di plotino, il congiungimento con dio, ma la visione magica della natura nella sua unità.
Un’intrinseca necessità regola l’azione del dio-natura, il quale non può volere in ogni caso che l’ottimo e quindi non conosce l’indecisione e la scelta dal …ma ciò non vuol dire che dio non agisca liberamente; significa piuttosto che in lui necessità e libertà si identificano. Si potrebbe asserire che egli non agirebbe liberamente nel caso che agisse diversamente da come richiede la necessità della natura. Non si può confrontare la libertà perfetta di Dio con quella imperfetta dell’uomo e farla consistere nella scelta indifferente tra possibilità diverse e contingenti.
Ciò accade all’uomo solo per lo stato di ignoranza e di imperfezione in cui si trova, stato che gli impedisce di conoscere il meglio.
Se la libertà umana fosse perfetta, sarebbe come quella di Dio: coinciderebbe cioè con la necessità della natura. Un approfondimento in tal senso è dato da Bruno nello “Spaccio” dove prospettandosi la domanda in che modo le preghiere di Giove possano influire sui decreti del fato che è inesorabile, si risponde che il fato stesso vuole che lo si preghi di fare ciò che esso ha stabilito di fare.
Egli asserisce: “ancora il fato vuole questo, che benché sappia il medesimo Giove che quello è immutabile, e che non possa essere altro che quel che deve essere e sarà, non manchi di incorrere per cotali mezzi il suo destino”.
Quindi la vera libertà umana si identifica con con la necessità naturale, cioè con il “fato” e consiste soltanto nel riconoscimento e nell’accettazione del “fato” stesso.
La preghiera è spesso un segno di futuri effetti favorevoli e quasi la condizione di questi aspetti, poiché il fato manifesta la sua necessità nella volontà stessa degli uomini e non al di fuori di essa.
“La vera libertà” prosegue il filosofo, è dunque quella divina che si identifica con la necessità. la libertà che è contingenza e scelta arbitraria non è un pregio, ma solo una conseguenza dello stato di imperfezione in cui l’uomo si trova rispetto a dio.”
Secondo lo studioso nell’età dell’oro, quando l’uomo viveva in ozio, non era più virtuoso delle bestie; forse era più stupido di molte di esse. Egli aggiungeva: “la povertà, la necessità, e le difficoltà gli hanno acuito l’ingegno, gli hanno fatto inventare le industrie e scoprire le arti provenienti da una metamorfosi alchemica che ha origine nelle profondità dell’intelletto umano con nuove e meravigliose invenzioni”.
Solo così l’uomo è veramente uomo e si conserva “dio della natura” (Spaccio, III, in opp. it. ii, 152).
Come si è già accennato, neanche il calvinismo che lo studioso conobbe a Ginevra si salvò dalla sua condanna.
Questa religione gli parve più intransigente e dogmatica; quindi più pericolosa e fanatica di quella cattolica. Infatti negando la libertà e il valore delle opere buone, introduce lo scisma e la discordia fra i popoli.
Il processo del domenicano, le torture e la sua condanna costituirono l’esito tragico di una vita interamente dedicata ad un idealistico progetto, non priva di illusioni nei confronti di un ambiente che non era pronto ad accoglierlo.
By Alessandro D’Angelo dnamercurio@libero.it
Ecco una versione un pò diversa su Giordano Bruno:
https://cooperatores-veritatis.org/2013/07/13/giordano-bruno-si-e-bruciato-da-solo/
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Importante Studio su Giordano Bruno
Il traduttore spagnolo di Bruno, Miguel A. Granada, ha pubblicato un importante studio sul rifiuto di Bruno ad accettare la tradizionale separazione cattolica, (ma anche di qualsiasi teologia con l’immagine di un dio distinto e separato dal mondo fisico) tra la “potentia absoluta” e la “potentia ordinaria”
In questo studio egli dimostra come la negazione di tale separazione, fosse alla base dell’originale e personalissimo concetto bruniano dell’infinito fisico che non può essere altro, nè altro c’è in sostanza.
Gli importanti contributi allo studio di tale concetto da parte di Arthur O. Lovejoy (La grande catena dell’Essere) e di A.Koyrè, ne avevano sottolineato la stretta connessione con l’argomento “logico” secondo il quale, altro da ciò che è Infinito ed illimitato, nulla può essere. I due studiosi avevano mostrato anche come la teologia tradizionale cattolica (e non solo) aveva opposto a questo principio logico una serie di restrizioni e contraddizioni, pur di far prevalere il concetto di un dio di sostanza altra e separato dal mondo fisico e allo stesso tempo infinito assoluto.
Granada osserva che queste restrizioni teologiche erano basate sul voler mantenere il divario tra queste due forme di potenza.
Ma questo è secondo me, null’altro che un modo per far persistere la superstizione del miracoloso intervento superiore su un mondo inferiore e poteva mantenere anche il concetto della supremazia di un dio di sostanza superiore, un dio rappresentato in terra da chi su questo concetto poteva dominare ed esercitare la propria volontà sul mondo ritenuto inferiore e da mantenere sottomesso al dominio di teologi e sostenitori di una ideologia teocratica che si presenta come monoteista, ma resta duale contraddittoria e confusa.
Bruno afferma che la propria concezione di un TUTTO Infinito è basata sull’idea di uno “spazio” continuo, permeo di un’unica sostanza in (dentro) cui, continuamente si adatta e si manifesta quella stessa sostanza, il che consegue logicamente nel vedere l’infinità di questa sostanza che tutto è e tutto permea, come espressione di una pienezza unica e immisurabile in ogni forma d’adattamento e non.
Bruno aveva anche pensato che ci fossero infiniti sistemi solari/universi, nell’infinità dell’uno.
Nemmeno Platone aveva osato postulare che ci potesse essere continuità tra finito (forme) ed InFinito.
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“Nello splendore del sole, nella specie delle cose che si generano nelle viscere di questa nostra madre, nella sua vera immagine esplicata in modo corporeo nel volto degli innumerevoli esseri animati, che nelle immense distese di un unico cielo brillano, vivono, sentono e plaudono all’uno, ottimo e massimo” – “Io dico Tutto infinito perché da se esclude ogni termine e ogni suo attributo è uno e infinito; e dico che è totalmente infinito, perché tutto è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente”
By Giordano Bruno.
Nel dialogo della “Cena de le ceneri” (di G.Bruno) il personaggio Smitho, solleva un problema ben noto ai pensatori scettici dell’antichità, quello del grandissimo potere che hanno le tradizioni e le consuetudini della cultura di origine, di influenzare fortemente le opinioni dell’individuo.
Sin da piccoli ci viene insegnato (NdR: all’università, scuola, mass media, radio TV ecc.) a credere in certe idee, alle quali poi restiamo così abbarbicati da rimanere ciechi di fronte a verità più ovvie; la nostra religione, le nostre usanze, ecc… sono quelle della società all’interno della quale ci siano trovati a nascere e crescere; stando così le cose, chi ci assicura che non ci ritroviamo dopo anni ed anni di studio ad essere null’altro che discepoli semi-ignoranti di maestri arroganti ?
Chi desidera conoscere, dubiti all’inizio di tutte le cose, non assuma alcuna posizione prima di aver ascoltato le parti e dopo aver bene considerato e confrontato, giudichi e prenda posizione non per sentito dire, secondo le opinioni dei più, l’età, i meriti e il prestigio, ma sulle basi di una visione aderente alla realtà, nonché di una verità che si comprenda alla luce della *ragione*.
By Giordano Bruno
In una delle prime ma cruciali sessioni della fase veneziana del processo, che poi lo condannò a morte, dopo un aspro dibattito su ciò che aveva asserito, gli fu chiesto se avesse riconsiderato le sue opinioni secondo i termini della teologia della “santa” chiesa cattolica, Giordano Bruno rispose che sì….le aveva riconsiderate e non vedeva alcun motivo di modificarle, questo gli costò la vita, ma non la convinzione di essere tra quelli che aprivano una “nuova era” in cui nessuna chiesa, nessun sistema di dogmi, sarebbe stato in grado di dominare la vita dell’intelletto e di assoggettare ai propri dettami la mente di un libero pensatore.
By Anna Nappi, reperito su Internet in it.cultura.religioni
Considerazione importante:
Ad un attento osservatore indipendente, non é difficile capire che il “male” non é soltanto nei libri detti “sacri”, cioè nella: Bibbia, Talmud, Corano o persino in “Mein Kampf”, ecc., ma e soprattutto nell’uso che il lettore degli stessi potrebbe fare.
Se chi li legge ha una mente/personalità, debole, insicura, cioè bambinesca, magari anche fuorviata da altri “maestri”, che però hanno “credi” molto più radicali ed utilitaristici che sfruttano i “credenti” (azione normalmente tipica dei preti, pastori, rabbini, imam, guru, stregoni, ecc.), il risultato sarà sicuramente impostato nella direzione della violenza verso chi non la pensa come loro.
Infatti come disse Giordano Bruno: “le religioni sono l’OPPIO dei popoli” !
Comunque sia, Tutte le religioni sono state inventate e propinate ad arte alla ignara popolazione, dei vari prePotenti della Terra, che hanno fino ad oggi dominato, controllato e gestito gli umani, come nel corso delle centinaia di migliaia di anni sul Pianeta Terra, infatti riflettete: “Se parli con Dio, dicono che stai pregando, ma se dici che Dio parla con te, Ti ricoverano in psichiatria“..
Da alcuni uomini, l’InFinito è chiamato impropriamente “dio”, con vari nomi a seconda delle varie religioni, infatti definire “dio” l’InFinito è limitante, depistante, fuorviante, perché questo “dio” è sempre là e MAI ovunque, cioè anche Qui dentro di noi e nella materia ed anche si pone come bestemmia dell’Infinito, in quanto la parola impropria “dio” non fa onore all’InFinito, di ciò che NON ha limiti o confini, ecco perché nella Bibbia (AT) libro ritenuto sacro da certi religiosi, non esiste la parola “dio”, che è stata inventata dai religiosi, non avendo compreso cosa sia l’InFinito, per cui lo ripetiamo:
“Definiamo quindi l’InFinito, quel qualcosa o quell’Idea, che ha od avrà spiegazione di Sé, in Sé, in ogni punto di Sé, all’InFinito (senza termini-confini = illimitato), non avendo confini è presente quindi in ogni punto di Sé….nell’Infinità dello spazio e del tempo, quindi si può solo vivere…per percepirlo” – By Jean Paul Vanoli